22 Febbraio 2022

Valore condiviso e valore d’impresa

di Giulia Maria Picchi - Senior partner Marketude Scarica in PDF

Correva l’anno 2011 quando Michael Porter e Mark R. Kramer introdussero il concetto di shared value pubblicando un articolo sull’Harvard Business Review in cui spiegavano che la storica visione delle aziende in merito alla creazione di valore era da considerarsi superata perché troppo ristretta: non era più possibile premurarsi solo di ottimizzare la performance finanziaria a breve termine, ignorando sia quali fossero i bisogni più importanti dei clienti, sia i parametri che realmente determinavano il successo nel lungo termine.

In un contesto del genere, l’intero sistema capitalista risultava sotto assedio e le imprese, intrappolate nella logica di produrre profitti a qualsiasi costo, venivano accusate di prosperare a spese delle comunità e di non interessarsi minimamente del benessere reale dei loro clienti, del progressivo esaurimento delle risorse naturali vitali, dello stato di salute/vitalità dei fornitori chiave, delle condizioni economiche dei contesti in cui facevano business e degli eventuali contraccolpi sui lavoratori derivanti da repentine scelte di delocalizzazione operate pensando unicamente a generare maggiori margini.

Le aziende venivano esortate a prendere l’iniziativa e a trovare un modo per riavvicinare business e società. Gli autori proponevano un nuovo modello, quello dello shared value (valore condiviso) secondo cui, in massima sintesi, la creazione di valore economico deve andare di pari passo con la creazione di valore per la società, affrontandone e indirizzandone bisogni e sfide. Il successo aziendale deve essere quindi collegato al progresso sociale ma non per filantropia o responsabilità sociale, bensì adottando un altro modello di business che consentisse pur sempre di raggiungere il successo economico ma con modalità diverse da quelle adottate fino a quel momento.

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